GAY E DECISIONI SULLA VITA DI COPPIA

Coppie gay, difficoltà, prospettive, significato della vita di coppia dei gay
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GAY E DECISIONI SULLA VITA DI COPPIA

Messaggio da progettogayforum » mercoledì 26 maggio 2021, 11:57

Quattro parole sulle decisioni
Complessità, contraddittorietà, incoerenza e ambivalenza sono tra le categorie più tipiche del comportamento umano, tuttavia ciò che sembra un difetto ha le sue ragioni, perché quelle categorie sono un adattamento a condizioni ambientali altrettanto complesse, contraddittorie, incoerenti e ambivalenti. Possiamo assumere una decisione in forma strettamente logica solo quando si tratta di decidere di procedimenti strettamente logici. Un criterio decisionale “funzionale” deve essere sempre corrispondente alla realtà ambientale in cui si esplica.
Quando parliamo di coerenza di una decisione intendiamo in genere riferirci alla coerenza di quella scelta con altri comportamenti del medesimo individuo e affermiamo che un “individuo” è incoerente se le sue decisioni non seguono sempre il medesimo criterio (coerenza della persona), ma esiste un altro criterio di coerenza, cioè la coerenza funzionale, che è la coerenza della risposta rispetto agli input ambientali. In questo senso un “individuo” può essere strettamente coerente, anche se i suoi comportamenti sono palesemente disfunzionali perché non coerenti con gli input ambientali, purché essi siano tutti disfunzionali nello stesso modo.
L’incoerenza individuale è spesso un pregio perché può essere la manifestazione di una capacità di adattamento, cioè in ultima analisi della capacità di individuare risposte funzionali di fronte al cambiamento delle condizioni ambientali.
Esistono decisioni giuste o sbagliate solo quando si tratta di decidere razionalmente, cioè quando le conseguenze della decisione sono strettamente logiche e prevedibili. Ovviamente di decisioni rigorosamente di questo tipo non ne esistono se non in scenari teorici o prefabbricati.
Il primo passo di un processo decisionale è l’analisi dei fatti, che non è la semplice conoscenza dei fatti ma comporta già una valutazione probabilistica circa le possibili conseguenze delle varie ipotesi decisionali. L’incertezza probabilistica deriva dal fatto che gli schemi interpretativi della realtà non sono standard immutabili ma sono caratteristiche individuali soggette oltretutto, in ciascun individuo, a variare in modo radicale anche nel tempo.
Una risposta funzionale non è una risposta di tipo sì/no ma una risposta che consiste nell’accreditare maggiori o minori livelli di probabilità alle possibili conseguenze della scelta. In buona sostanza ogni scelta è guidata da una previsione probabilistica dei risultati basata su modelli di comportamento. Quando i modelli di comportamento sono riduttivi e schematici le scelte sono rigide, quando sono flessibili le scelte sono meno determinate, restano aperte a una pluralità di potenzialità e, dall’esterno, possono apparire contraddittorie, incoerenti e ambigue e in buona sostanza disfunzionali.
Chi dice che un altro individuo è contraddittorio, incoerente o ambiguo giudica le scelte flessibili di quell’individuo sulla base di modelli di comportamento rigidi. Giudica quindi le scelte di un individuo con parametri che non appartengono a quell’individuo.

Comportamenti allarmanti e ridefinizione del rapporto
Proviamo ad uscire dalla teoria.
Esaminiamo come primo esempio una classica decisione che ciascuno di noi, prima o poi è chiamato ad assumere una o più volte nella vita: come reagire nell’ambito di una relazione di coppia quando il partner tiene comportamenti che riteniamo allarmanti.
Un comportamento allarmante del partner conduce a una rivalutazione complessiva del rapporto in funzione di un aggiustamento del rapporto medesimo, aggiustamento che può sfociare o nell’abbandono del rapporto o nella sua archiviazione con tag di vario tipo.
Va tenuto presente che la valutazione di una scelta come più o meno funzionale non ha nulla di oggettivo. Nella medesima situazione una scelta che può essere disfunzionale per un soggetto potrebbe essere perfettamente funzionale per un altro. Per esempio, troncare una relazione in caso di tradimento non è di per sé né funzionale né disfunzionale, è funzionale se ne consegue lo scioglimento del rapporto senza strascichi, seguito da un senso di soddisfazione e di liberazione, è disfunzionale se dopo l’interruzione del rapporto subentrano stati depressivi e rimpianti. In ogni caso le conseguenze della decisione non derivano dalla decisione in sé ma dalla decisione “assunta da una persona specifica” che ne determina in buona parte anche le conseguenze.
Le relazioni di coppia sono mediate dall’immagine del partner che ci siamo costruiti mescolando fatti oggettivi, bisogni personali e desideri nei modi più vari e complessi. Accade spesso che le rappresentazioni siano poco realistiche e che gli elementi proiettivi risultino prevalenti rispetto a quelli oggettivi.
Nell’ambito di una relazione di coppia, tutti i criteri di valutazione “non proiettivi” sono basati sulla conoscenza del partner acquisita attraverso i suoi discorsi e soprattutto attraverso la presa d’atto dei suoi comportamenti. Tale conoscenza non è statica perché la valutazione dei discorsi e dei comportamenti dell’altro è soggetta a una continua rivalutazione, che mette in luce alcuni elementi e ne svaluta altri, in questo modo l’immagine dell’altro cambia continuamente e gli elementi di conoscenza più recenti o più frequentemente confermati acquisiscono maggiore importanza.
Le valutazioni dei comportamenti del partner sono il risultato di un mix di valutazioni egoistiche e di valutazioni altruistiche, cioè di valutazioni in relazione a quello che io posso sperare di ottenere dal mio partner (atteggiamento possessivo egoistico) e di quello che io posso fare per il mio partner (atteggiamento affettivo altruistico). Il bilanciamento tra queste due componenti definisce l’atteggiamento individuale rispetto al partner.
La valutazione dei discorsi del partner presenta dei punti critici legati all’uso di codici comunicativi diversi e alle diverse scale di valori dei due soggetti. Accade spesso che si arrivi a prendere atto che il partner che “a parole” afferma alcune cose, le nega poi nei comportamenti, è il classico “dire una cosa e farne un’altra” che suscita dubbi e perplessità. Se si conoscesse esattamente il codice comunicativo dell’altro i dubbi e le perplessità sarebbero minori. Troppo spesso diamo per scontato che il nostro partner abbia una storia affettiva, una scala di valori e codici comunicativi analoghi ai nostri.
La maggior parte delle scelte disfunzionali sono dettate dalla fretta, cioè, in buona sostanza dall’assumere una decisione senza gli elementi di conoscenza necessari e sulla base di una reazione momentanea di corto circuito. Accade però anche che la fase di acquisizione degli elementi di conoscenza venga dilatata a dismisura e porti al perpetuo rinvio della decisione, in attesa di “elementi di certezza” capaci di eliminare ogni dubbio. È il classico “decidere di non decidere” che però urta contro il fatto che nessun nuovo elemento di conoscenza può fugare definitivamente ogni dubbio.

Revocabilità di una decisione e coerenza
Poiché una decisione è una risposta adattiva alle situazioni ambientali e dette situazioni sono soggette a cambiamenti e a rivalutazioni da parte dell’individuo, è evidente che ogni decisione dovrebbe di per sé essere revocabile. Le decisioni irrevocabili, ossia considerate definitive fin dal momento della loro assunzione, possono anche essere funzionali, ma quando non lo sono portano a rimpianti molto dolorosi.
Spesso la “coerenza” personale è invocata come argomento a giustificazione della irrevocabilità di una decisione con espressioni del tipo: “Io sono coerente! Quando ho preso una decisione non la cambio!” ma in alcuni casi un’affermazione del genere si può tradurre così: “Quando ho sbagliato una volta continuo a sbagliare.” Questo atteggiamento rigido non è frutto di coerenza ma di “pregiudizio” ossia di una valutazione data “a priori” rifiutandosi di prendere atto dei fatti e quindi in modo radicalmente formale, prescindendo da qualunque valutazione affettiva basata sulla reale conoscenza dell’altro. Il “pregiudizio” è il tipico segno dell’indifferenza affettiva.
Revocare una propria decisione appare ad alcuni come un atto di debolezza, cioè come un rinunciare ad una propria affermazione, un cedere all’altro. Un tale atteggiamento è segno della scarsa autostima di un individuo che cerca conferme nel marcare in modo netto quella che considera una propria vittoria sull’altro.
Le decisioni “irrevocabili” di abbandono sono spesso fortemente enfatizzate, mentre quelle di recupero della relazione sono passate sotto silenzio. L’enfatizzazione dell’abbandono attraverso la denigrazione dell’altro e il tentativo di dare a lui la “colpa” della rottura della relazione serve, spesso, a sottolineare motivazioni molto deboli se non addirittura a creare motivazioni inesistenti attraverso l’affermazione della propria presunta coerenza e dei difetti dell’altro. Il recupero della relazione, con il superamento della crisi, quando è realmente funzionale, è profondamente gratificante e porta alla rivalutazione dell’altro “in positivo”. In questo caso, affermazioni del tipo: “Mi sono sbagliato” non sono viste come capaci di sminuire l’autostima perché hanno una base affettiva e relazionale profonda.

Decisioni sulla vita di coppia in ambito gay
In ambito gay le decisioni relative alla vita di coppia seguono percorsi talvolta anche molto diversi da quelli tipici delle coppie etero, in primo luogo perché non c’è il problema dei figli e del controllo delle nascite e in secondo luogo perché i rapporti interni alle coppie gay sono di norma assai meno condizionati dalle reazioni sociali rispetto a quelli delle coppie etero, perché in genere questi ultimi non sono solo una questione limitata ai due partner ma coinvolgono in modo molto significativo anche le loro famiglie di origine. Nel mondo gay sono largamente affermati atteggiamenti di fronte alla sessualità che, almeno in termini di comportamenti visibili, non sarebbero altrettanto accettati in ambienti etero, parlo per esempio delle coppie aperte.
Il concetto di coppia stabile e rigidamente monogama è palesemente in crisi anche tra le coppie etero, ma tra le coppie gay non ha mai trovato larga applicazione. Esistono certamente coppie gay stabili e monogame, ma siamo lontanissimi dal poter considerare questo comportamento come la regola.
Va altresì ricordato che tra i gay esistono in genere livelli di stress legato alla sessualità più intensi rispetto a quelli rilevabili in ambito etero. L’identificarsi come gay, il coming out e soprattutto quello familiare, molte volte impossibile dati gli atteggiamenti di chiusura dei genitori, le difficoltà oggettive nel cercare un compagno e spesso nel tenere assolutamente privata una relazione, creano in molti casi stati di tensione emotiva forte che vanno avanti per anni, il che non resta senza conseguenze sulla vita di coppia, che rischia di essere vista miticamente come la panacea di tutti i mali o, al contrario, come una possibilità sostanzialmente negata. Quando un ragazzo gay comincia a costruire una relazione “seria” con un altro ragazzo si rende conto che sta vivendo un evento importante e “raro”, e tende a caricarlo di attese e di proiezioni spesso al di là di quanto un’analisi oggettiva dei fatti consentirebbe. La delusione nel contatto con la realtà può essere pesante proprio perché le attese sono sovradimensionate.
Costruire una relazione stabile è difficile anche quando da entrambe le parti c’è la massima disponibilità, è difficile in sé e per tutti, ci vuole tempo, bisogna conoscersi bene, si procede inevitabilmente per tentativi ed errori e l’enfatizzazione degli errori propri o dell’altro rischia di minare la relazione sul nascere. Gli atteggiamenti perfezionisti e ipercritici sono in questo senso pericolosi. La ricerca di “certezze” denota spesso impazienza, fretta di avere subito le idee chiare, e porta a richiedere conferme verbali, che sono immancabili ma assai poco credibili, proprio perché sollecitate dal partner. Alla classica domanda: “Te la senti veramente di cominciare una relazione ‘seria’ con me” dove l’aggettivo ‘seria’ suona più minaccioso che rassicurante, si dovrebbe rispondere in modo possibilista e qualche volta con un po’ di imbarazzo, si potrebbe parlare di speranza, di desiderio, piuttosto che di certezza, perché nella vita affettiva non c’è nulla di più ingannevole della “certezza” affermata a parole.
Un rapporto di coppia è sempre una scommessa sul futuro, non è una decisione da prendere al tavolino o in astratto, e segue comunque logiche “di coppia” piuttosto che logiche individuali.
Un problema tipico delle coppie gay è rappresentato dal “livello del rapporto”, perché in modo più o meno improprio si parla di “coppia gay” sia per relazioni che sono poco più che conoscenze superficiali, sia per relazioni che sono convivenze di tipo quasi-matrimoniale. Anche su questo punto ci si trova a dover prendere decisioni e l’idea che ciascuno dei due partner possa prendere una decisione per conto proprio è sostanzialmente lontana dalla realtà. Non si può essere in coppia, a qualsiasi livello, se non si accetta l’idea di decidere insieme e quando la decisione riguarda proprio il livello del rapporto, si tratta di una scelta cruciale. Un errore di scelta commesso in buona fede in due si può correggere facilmente in due senza conseguenze, mentre qualsiasi tentativo di imporre il proprio giudizio è una negazione sostanziale della vita di coppia.

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